Facendo un’analisi, semplice, è chiaro a tutti come negli ultimi anni il rapporto tra genitori e figli sia cambiato: si ha il primo figlio dopo i 30 anni, a volte dopo i 40 e si raggiunge un massimo di due figli per famiglia.

👉🏻 Quando si è più giovani, si affronta la genitorialità con minore preoccupazione e con un certo grado di spensieratezza, mentre quando gli anni passano, siano più consapevoli delle vicissitudini della vita e ci si interroga di più sull’educazione dei figli, si ha più bisogno di rassicurazioni: faccio bene, faccio male…
Nelle famiglie il tasso di insicurezza è fortemente aumentato. Anche perché gli ultimi decenni hanno via via indebolito i modelli educativi di riferimento. E in una contemporaneità segnata dall’assenza sia dell’etica del dovere sia della società patriarcale, i genitori crescono i propri figli senza poter far riferimento su una tradizione condivisa da tutti, indiscussa e indiscutibile, come avveniva in passato

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I genitori sono più insicuri e succede che cerchino conforto nei figli per le scelte che li riguardano. Ed ecco che non sono più soltanto i figli ad aver bisogno della legittimazione dei genitori, ma sono anche i genitori che hanno bisogno di conferme dai figli.

☝️Che fare allora? Come si può ritrovare quell’autorevolezza che guida i figli in una crescita personale che abbia alla base l’autostima?

Un bambino per crescere in autostima ha bisogno di fortificare la fiducia in se stesso e questo può farlo solo grazie alle risposte che i genitori prima, la scuola dopo, sapranno dargli, in modo altruistico e non egoistico come questa società per certi aspetti, ci insegna e ci porta ad essere.

🔥L’acquisizione dell’autostima ha a che fare con lo sviluppo dell’Io. A questo sviluppo partecipano tutte le relazioni che il bambino intesse. Le prime esperienze del bambino saranno buone se i suoi bisogni saranno soddisfatti, cattive se il senso di frustrazione dei propri bisogni ed aspettative dominerà la sfera relazionale. Ogni bambino ha bisogno di esperienze emotivamente costruttive per crescere sicuro di sé, delle proprie emozioni e delle proprie capacità.

❤️C’è una frase che dico spesso ai miei incontri “per educare non basta amare, occorre dimostrare di amare”.

Noi esseri umani siamo stati dotati di uno strumento molto efficace, la parola. La nostra vita è comunicazione. Una buona comunicazione sta alla base di una buona relazione. Ma oggi, invasi come siamo dalle nuove tecnologie, protendiamo tutto sull’immagine esterna e abbiamo sempre meno voglia e tempo di ascoltare non solo gli altri, ma anche noi stessi.
In quanti di voi quando hanno un attimo di tempo, o anche quando non ce l’hanno ne approfittano per prendere in mano il cellulare? Oggi non abbiamo più tempo per annoiarci, ma la noia è una grande consigliera, ci arrivano le migliori idee quando ci annoiamo!

👂Un buon ascolto dell’altro non si fonda solo su un educato silenzio (ti lascio parlare fino a quando non hai finito e poi ti dico quello che ho tenuto nella mente per non interromperti), ma sintonizzarmi davvero con te, cercando di carpire quello che provi, e non solo quello che dici.

Le parole in più, se usate bene, hanno un gran potere curativo, agiscono sul sistema nervoso e possono generare un conflitto o una pacificazione. Vi faccio un esempio. Se state parlando con il vostro compagno/compagna per raccontargli una difficoltà che avete avuto durante la giornata “oggi ho discusso con la mia collega perché vuole sempre fare di testa sua” e il vostro compagno vi risponde “ma non ci discutere, lo sai che tanto fa sempre come le pare!”. Come vi sentite? Nella maggioranza scommetto non capiti e trattati con superficialità. Forse avreste preferito sentirvi dire “ti capisco, non è facile avere a che fare con alcune tipologie di persone”. Sentite la differenza?

Se un padre torna a casa ed è stanco morto e non ha voglia di giocare col figlio (che lo aspettava trepidante), ma di riposarsi (lecitissimo) e dice al bambino “smettila di fare la peste, vai di là a fare confusione, smettila o fili in camera tua” il bambino sentirà di essere sbagliato.
Se invece sempre lo stesso padre gli dice “adesso sono stanco, giocheremo più tardi quando mi sarò riposato”, il bambino saprà che il padre è stanco e non attiverà il processo su se stesso, ma in modo semplice saprà darsi una risposta (anche se questo non vuol dire che si arrenderà 😉)

 

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© 2015 Erica Petrucciani, pedagogista a Pistoia.
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