Era il 1999, l’anno del mio primo affido educativo tramite i servizi sociali comunali. Avevo 22 anni e un gran sorriso stampato sulla faccia.

Un pomeriggio d’inverno, mentre stavo studiando per un esame universitario, ricevetti una telefonata che ha segnato per sempre il mio cammino professionale.

“Pronto Erica, c’è bisogno di te”, era Daniela, una tra le mie più care amiche. “Ti ricordi di Francesco, quel bambino di 8 anni che seguo per i servizi sociali? Non potrò più seguirlo perché mi hanno offerto un lavoro full time su turni. Ti ho chiamata perché so che tu puoi essere l’educatrice giusta per lui, non mi sentirei di chiederlo a nessun altro se non a te. Per favore dimmi di sì”.

“Va bene, ci sono” risposi. Le parole uscirono da sole, arrivarono prima che potessi realmente riflettere. Ormai era fatta, avevo dato la mia parola.

Tante volte ho ripensato a quel momento e quel sorriso stampato sulla faccia si riaccende con la stessa intensità.

Del primo incontro ricordo uno sguardo incuriosito, non so esattamente cosa gli avessero detto di me e quanto avesse compreso il motivo della mia presenza. Entrai a casa di Francesco e fui accolta dalla mamma che mi offrì subito un caffè. Francesco era seduto sul divano, guardava la tv. Non si alzò e non mi salutò nemmeno. Mi avvicinai io e mi presentai dandogli il mignolo, come si fa tra bambini per fare la pace. Era diffidente, scontroso. Mi sembrava di leggergli nel pensiero: ”cosa ci fa questa tizia sorridente a casa mia? E Daniela dov’è?”

Fortunatamente, con un po’ di ritardo Daniela arrivò e il viso di Francesco si rasserenò magicamente. Le espressioni dei bambini sono sempre così esaustive!

Mi irrigidii perché sapevo benissimo che Daniela era lì per dirgli che io sarei stata la sua nuova educatrice e il solo pensiero mi faceva rabbrividire. “Un bambino così piccolo e una separazione così grande” pensai ed ebbi paura di non essere pronta. Fino a quel momento non avevo molto realizzato l’importanza di questo passaggio.

“Sai piccolo, sono qui per dirti che per motivi lavorativi …….” Nient’altro, non ricordo nient’altro di quel lungo discorso che Daniela gli fece. TILT completo. Tornai in me quando Daniela mi salutò per andare via.

La mamma ci lasciò soli per un po’, nel nostro primo spazio di conoscenza. Disse che doveva fare la spesa e uscì di casa, veloce come il vento.

Francesco mi parlò e mi chiese di prendergli un oggetto dentro ad uno sgabuzzino. Ma dentro quello sgabuzzino mi ci chiuse e se tentavo di uscire mi colpiva con la scopa che aveva in mano.

Ero tutto tranne che forte. Non avevo letto in nessun libro universitario come fare per risolvere una situazione simile e non avevo nessun tipo di esperienza alla quale fare appello.

Il tempo non passava mai e io avrei voluto solo scappare. Ma dovevo restare e aggiustare la situazione.

Dissi a Francesco che lo capivo, che sapevo quanta rabbia mista a tristezza stesse provando in quel momento: “so che vuoi molto bene a Daniela e so anche quanto te ne vuole lei. So che ti stai chiedendo come mai ti abbia lasciato a me, ma ti assicuro che se mi fai uscire dallo sgabuzzino ti racconterò esattamente come sono andate le cose”.

Cercavo di convincere più me stessa che lui “non mollare Erica”, mi dicevo, “adesso non puoi, devi tenergli testa altrimenti quando tornerà sua mamma sarai sempre nello sgabuzzino!

Feci per uscire e invece di imbattermi nuovamente nella scopa, trovai la mano di Francesco che mi prese per accompagnarmi sul divano. Mi uscii una piccola lacrima, non sono sicura che non l’abbia vista. Mi tolsi gli occhiali per asciugarla ed evitare che cadesse lungo il viso. Lui mi guardava fissandomi con i suoi grandi e profondi occhi. Non lo dimenticherò mai quello sguardo indifeso che credo mi stesse chiedendo scusa per la reazione aggressiva che aveva avuto. “Come sei bella” mi disse e si sedette sul divano accanto a me.

I bambini hanno risorse tanto grandi e un modo tutto loro di risolvere le situazioni, anche quelle più difficili.

Francesco mi chiese di andare in giardino e giocando a pallone mi resi conto che non era ancora molto capace di contare, nonostante le elementari avviate. Tirando il pallone gli insegnai a contare i rimbalzi, cominciando a instaurare un rapporto con lui. Quando arrivò sua mamma, mi guardò con aria incredula. Sembrava mi stesse dicendo: “brava, non so come, ma ce l’hai fatta”. Chissà quanti pensieri errati ho immaginato quel giorno, ma questo sarebbe stato proprio quello che avrei voluto sentirmi dire.

Francesco era un bambino che viveva in una situazione familiare complessa. L’assistente sociale non mi ha mai raccontato precisamente la sua storia, mi disse che avrei dovuto riportarle tutto quello che di strano vedevo in casa. Ero un’educatrice o una specie di spia?? E poi “strano” cosa voleva dire? Avevo tante domande in testa, ma decisi di silenziarle almeno per quel primo periodo.

Vedevo Francesco 2 volte alla settimana, il pomeriggio per 3 ore. Insieme facevamo i compiti. L’assistente sociale mi disse che era “iperattivo” e quindi un bambino con difficoltà di attenzione e di conseguenza con un apprendimento più lento rispetto ai suoi pari. Aveva dentro un groviglio di emozioni senza nome, passava da momenti di gioia a momenti di rabbia, senza un apparente motivo. Era testardo, determinato, ostinato. Se si metteva in mente una cosa da fare, da comprare, da vedere in tv, non era facile fargli cambiare idea. Non che fosse il mio scopo primario mettergli dei limiti, ma volevo aiutarlo a saper gestire la frustrazione e anche a rispettare qualche piccola regola. Pensavo che così si sarebbe trovato meglio in famiglia e che avrebbe preso meno schiaffi dal padre. Mi scoprii più ostinata di lui, talmente era tanto il bene che gli volevo, tanta era la determinazione che mettevo nei miei obiettivi di crescita.

Ogni tanto lo diceva ancora: “come sei bella”, ma solo quando mi toglievo gli occhiali. “Sei un ruffiano che tenta di comprarmi” gli dicevo, ma lo sapevo che era sincero e che in quel modo mi stava dicendo “ti voglio bene”. Difficile verbalizzare l’affetto quando si vive in un ambiente familiare che non riesce a farlo. Ma lui aveva trovato comunque il suo modo. E io lo sapevo.

Ho seguito Francesco per 3 anni, è stata un’esperienza formativa per me, sia umanamente che professionalmente. Ma ogni cosa ha un inizio e una fine e io avevo 25 anni e tanta voglia di dimostrare a me stessa che potevo vivere da sola. Avevo deciso di trasferirmi a Firenze. Ero stata assunta da una cooperativa sociale e non vedevo l’ora di mettermi in gioco e vivere nuove esperienze.

E proprio come aveva fatto Daniela anni prima, anche io cercai una persona alla quale lasciare Francesco. Ma probabilmente fui meno lungimirante perché un mese dopo fui contattata dalla coordinatrice del centro estivo che mi disse: “Ciao Erica, non ci conosciamo, ma ho avuto il tuo numero dalla mamma di Francesco. Ti chiamo perché siamo ad un out out. Tra il nuovo educatore e Francesco non c’è sintonia e il bambino è molto aggressivo sia con gli adulti sia con gli altri bambini del centro. Tu sei la nostra ultima possibilità. Ti chiamo per chiederti se puoi seguirlo per i prossimi due mesi estivi, altrimenti saremo costretti a mandarlo via”.

“Va bene, ci sarò”. Esattamente come tre anni prima le parole uscirono da sole, arrivarono prima che potessi realmente riflettere. Ormai era fatta, avevo dato la mia parola.

Iniziai di mercoledì. Era mattina e Francesco non sapeva che sarei tornata, la sua famiglia aveva deciso di fargli una sorpresa e l’assistente sociale era d’accordo. Quando lo vidi fui subito sicura di aver fatto la scelta giusta e quel sorriso stampato in faccia tornò nuovamente a farmi visita. Lui invece non mi vide subito, si stava azzuffando con un altro bambino, era mattina presto e lui era già fuori controllo. Ricordo che al tempo stavo leggendo un libro di Torey L. Hayden, una docente di psicologia statunitense. Nel testo autobiografico raccontava il suo modo di approcciarsi ad una bambina molto aggressiva, con l’intento di farla calmare. Nel libro scriveva anche che un approccio così intimo si può avere solo quando la relazione è forte, altrimenti si rischia di far peggio. Decisi di utilizzare il suo metodo, mi avvicinai a Francesco, lo tirai a me abbracciandolo dalla schiena e gli dissi di stare tranquillo, con voce bassa e il più possibile rassicurante. Un po’ in realtà la voce mi tremava, avevo paura di una sua reazione ancora più dura, ma lui non si staccò e rimase seduto tra le mie braccia. Il respiro piano piano si calmava, così lo girai verso di me: “stiamo insieme questi due mesi del centro estivo, cosa ne dici?” chiesi “sei bella” rispose.

Io e Francesco ci siamo divertiti al centro estivo, è riuscito anche a farsi due amici! Quando gli montava la rabbia uscivamo e ci allontanavamo dal resto del gruppo, a volte giocavamo a basket, altre mi rincorreva più veloce che poteva, altre ancora parlavamo un po’. Potevamo permetterci di improvvisare.

Ricordo ancora le parole della coordinatrice quando terminò il centro estivo: “Erica, non avevo mai conosciuto un’educatrice così dedita al suo lavoro. Ti ringrazio davvero di cuore per avermi fatto vivere quest’esperienza così umanamente significativa. Sono sicura che farai molta strada”.

Non lo so cosa volesse significare la sua ultima frase, ma la porto dentro di me come un tesoro prezioso.

© 2015 Erica Petrucciani, pedagogista a Pistoia.
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